Torquato Abbandonato

Il pensionato Torquato di anni 83, si svegliò una mattina e si accorse di essere stato abbandonato. Il figlio la nuora e il nipote non erano in casa. Le valigie erano sparite dall’armadio. Una pinna davanti alla porta testimoniava di una partenza frettolosa. Sul tavolo della cucina una banconota da dieci euro e un biglietto. «Caro nonno Torquato. Dobbiamo partire all’improvviso. Eravamo in stand-by con un ticket low cost della Brian air per Sharm el Sheriff e ci hanno fatto un fast boarding con preavviso di tre hours. Purtroppo con questi biglietti presi al computer si fa così. L’aereo farà scalo a Francoforte, poi Orio su Serio nuovamente Francoforte, poi Mosca poi Parigi e di nuovo Francoforte poi Forlì e dopodomani saremo nel fresco di Sharm. Ti lasciamo dei soldi e due bottiglie di acqua nel frigo. Se hai caldo c’è il ventilatore, se hai fame c’è il supermarket se stai male chiama il dottor Del Prato. Torniamo tra quindici giorni. Buona fortuna. Aldo Piera e Ninni». Nonno Torquato imprecò subito senza stand by svegliando metà palazzo. Abbandonato come un randagio, pensò. Eppure avrebbe dovuto capirlo da segni premonitori. La famiglia stava da giorni in atteggiamento sospetto davanti al computer, pronunciando parole come ticketless e reservation. Poi l’anomala presenza nel frigo di un tubetto di crema solare, che lui aveva spalmato sul pane credendola maionese. Per ultimo, il fatto che il figlio Aldo avesse preparato un pacco lettura: un libro sulle meduse e dieci chili di Gazzette dello Sport vecchie. Tutti segni di partenza imminente.

«Pazienza» pensò nonno Torquato, «mi hanno abbandonato, dovrò sopravvivere due settimane». Era una tipica giornata di clima mediterraneo. C’erano trentotto gradi reali, quarantadue percepiti e quarantaquattro incazzati, e il nonno era infatti incazzato e grondava sudore.

Cercò il ventilatore nello sgabuzzino. Tolse le ragnatele, lo attaccò alla spina e quello girò per trenta secondi, cigolò e si ruppe con un gemito di agonia. Il nonno lo sentì pronunciare la frase: «non ce la posso fare», ma forse era un’allucinazione da caldo. Aprì la finestra, una vampata portò in casa odore di spazzatura incandescente e marmitte miste, oltre a sabbia desertica, zanzare tigre, e il suono di ambulanze che portavano in ospedale nonni collassati.

Sul terrazzo di fronte un gatto miagolava penosamente, abbandonato anche lui con sedici chili di croccantini. Il nonno accese la televisione, e mai accendere fu verbo più appropriato perché la manopola era rovente. Un metereologo diceva che l’ondata di afa era assolutamente prevista e sarebbe durata fino a lunedì o mercoledì o fino a novembre, ma tutto era nella norma. Poi c’era un illustre medico che dalla sua barca ancorata spiegava come difendersi dal caldo: «Basta non uscire dalle dieci alle sei. Alle persone anziane consigliamo di bere molto e una dieta ricca di verdure, triptofano, pollini e acidi oleici. Inoltre raccomandiamo…»

«Ma vaffanculo» disse il nonno e spense.

Bisognava comunque mangiare, lo stomaco brontolava. Nel frigo c’era solo una crosta di parmigiano. Cercò di romperla col coltello poi con un punteruolo poi la succhiò come un gelato, infine si incazzò e la tirò in strada, dove si conficcò nell’asfalto.

Bisognava raggiungere il supermarket. Erano solo duecento metri, ma sarebbe riuscito nell’impresa? Si vestì in modo acconcio. La sua canottiera, poi un paio di mutande del figlio che potevano essere scambiate per bermuda. Zoccoli con tacco della nuora. In testa si acconciò un turbante fatto con un lenzuolo. Bagnò testa e ascelle sotto il rubinetto e uscì. L’ascensore era rotto, scese otto piani di scale zoccolando come un cavallo. Al contatto col calore esterno l’acqua iniziò a evaporare e quando fu in strada fumava come una locomotiva.

Il nonno si guardò intorno. La città era deserta, solo qualche macchina in strada e odore di muri arrostiti.

Davanti alla casa c’era la colossale Banca Italica. All’interno il condizionatore manteneva dodici gradi in cinquanta uffici, in alcuni si portava il cappotto, i cassieri erano in tuta da sci. C’era un solo cliente. Ma dai bocchettoni esterni della banca usciva un tornado rovente che incendiava tutto il marciapiede. Il nonno scavalcò sacchi di spazzatura e trovo il marciapiede bloccato da un Suv col motore acceso. All’ interno un palestrato ascoltava musica a tutto volume, e la marmitta impestava tutto il rione.

«Scusi ma non potrebbe spegnere?» protestò Torquato

«Nonno non rompere il cazzo. Sto al fresco, qua dentro» disse il guidatore.

Nonno Torquato gli tirò un calcio nel parafango e boccheggiando riuscì a arrivare di fronte al supermarket. Attraversò, evitando un motorino che sbandava con le gomme liquefatte e un dog-sitter impazzito che vagava con una dozzina di guinzagli vuoti. I cani erano scappati da tempo in cerca di ombra. Finalmente arrivò davanti alla porta del Supermarket Paradiso. Ma la porta con fotoelettrica non si aprì.

Da dentro un guardiano guardò con sospetto il suo turbante.

«E’ italiano lei? Da una settimana non facciamo entrare stranieri».

«Sono nato in questa strada, cazzo» disse Torquato.

La porta si aprì e Torquato capì il motivo di quell’apartheid. Nel supermercato c’erano circa seimila anziani, tutti alla ricerca di fresco. Alcuni giravano da ore con un carrello contenente solo un limone, altri chiacchieravano appoggiati a muri di scatolame, altri dormivano o giocavano a carte dentro al freezer dei surgelati e il personale li sgomberava, ma ritornavano. C’ era chi aveva la sedia a sdraio e chi s’era portato il cane. Il nonno imprecò contro i vecchi pensionati scioperati profittatori e si diresse al reparto alimentari. Acquistò una dose di petti di pollo, pomodori e una mozzarella di un bellissimo color indaco. Poi si presentò alla cassa.

«Cosa vuole?» gli chiese la cassiera.

«Vorrei pagare».

«Nel senso che se ne va?».

«Certo che me ne vado…».

«E’ il primo oggi. Tutti gli altri pagano all’ultimo momento, all’ora di chiusura. Comunque» concluse la cassiera scrollando le spalle «faccia come vuole, esca pure al caldo».

«Resisterò» disse fieramente il nonno.

Uscì. La temperatura era salita a quarantasei gradi, i piccioni si spiumavano a beccate. Il nonno sapeva che dietro l’angolo c’era una fontana per rinfrescarsi. Ma la fontana era secca, riuscì solo a riempire una mezza bottiglietta. Decise di andare al suo bar ma c’era il cartello: «chiuso per ferie». La bocciofila era chiusa, le bocce bollenti non si potevano tenere il mano.

Intanto aveva raggiunto l’unico albero della piazza. Ci si fermò sotto e venne bombardato da centosei storni migratori con la diarrea, fermi sull’albero da tre giorni perché con quel caldo col cazzo che volavano. Nonno Torquato sospirò e tirò fuori la bottiglia d’acqua. Stava per bere quando vide su una panchina una vecchietta che lo guardava con occhi azzurri e imploranti.

O dolce solidarietà della terza età, che nessuna calura cancellerà.

«La prego gentile signore col turbante» disse la vecchietta «mi dia un sorso d’acqua…»

«Ma certo, gentile signora».

La vecchia dagli occhi azzurri prese l’acqua, metà la bevve a gargarozzo, metà se la versò in testa e poi se ne andò gridando:

«Ma quale solidarietà, fatti furbo, marocchino di merda…»

Il nonno non riuscì neanche a rispondere. Tornò barcollando a casa. Dentro al Suv c’era un festa, ballavano in otto. L’ascensore del condominio era rotto. Il il caldo aveva fuso insieme i cavi come zucchero filato. Salì le scale in mezz’ora, tutto il palazzo era immerso in un silenzio irreale, si sentivano solo ronzii di frigoriferi, miagolii e guaiti di animali abbandonati.

Entrò in casa. Non riuscì a cucinare, il fuoco scaldava troppo. Mise il pollo sul davanzale e dopo dieci minuti era cotto, ma sapeva di catrame e benzina. Il pomodoro si sciolse in una pozza di sugo. La mozzarella mise fuori dei tentacoli e scappò sotto un mobile.

Il nonno cercò invano nella casa un punto vivibile. Tutto era rovente, un vento di scirocco carico di polvere e moscerini cotti incollava i muri. Infine anche il frigo si spense con un rutto disperato, spargendo acqua in tutta la cucina.

«Farò una doccia fresca» disse il nonno.

L’acqua uscì a ottanta gradi dalle tubature scaldate dal sole e lo ustionò.

Allora il nonno Torquato pianse con dignità e accese la televisione. C’era un servizio sui problemi che il riscaldamento globale potrebbe avere sull’orso polare.

«E io no?» disse il nonno.

Poi apparve il presidente del Consiglio che disse: «Le notizie sulla temperatura sono bieco allarmismo mediatico, e il dato che un italiano su due non ha i soldi per andare in vacanza è una bugia della propaganda comunista, l’Italia è un paese dove si sta bene, chi resta in città è perché vuole lavorare e risollevare l’economia del paese. Buona estate a tutti gli italiani, beati loro che possono godersela, io lavoro anche di notte».

Il nonno prese il televisore e lo fece volare dalla finestra. Ma per lo sforzo si sentì male. Telefono al dottor Del Prato. Rispose la segreteria:

«L’ambulatorio osserva l’orario estivo. Il dottore riceve solo il lunedì dalle otto alle otto e mezza. Se avete problemi urgenti lasciate un messaggio con i vostri sintomi e i vostri eredi verranno richiamati».

Telefonò all’altro figlio, ma era in montagna. Telefonò alla clinica Belsito ma risposero che non c’erano posti neanche in piedi. Telefonò al Telefono Azzurro Verde e Arancione, ma non c’era un servizio per torquati abbandonati. Per ultimo telefonò alla Protezione animali fingendosi un setter, abbaiando e ansando.

«Non ci caschiamo» disse una fredda voce di centralinista «lei è il terzo che ci prova oggi».

«Ahimè, solo, bollito e abbandonato da tutti» pensò il nonno e pensò di farla finita. Si sarebbe buttato dalla finestra, almeno in quei venti metri a capofitto avrebbe avuto un po’ di arietta.

Salì sul davanzale e vide nel terrazzo di fronte il gatto. Ne ebbe pena e gli tirò il petto di pollo. Il gatto miagolò riconoscente e, nel caldo torrido del pomeriggio il nonno ebbe una visione.

Gli sembrò che il gatto, con ali da angelo, volasse fin davanti alla sua finestra, e sospeso in aria gli dicesse:

«Grazie Torquato, sei stato buono come me. Ti aiuterò. Vai giù nel garage là c’è la salvezza per te, vai…».

Il gatto arcangelo sparì nel nulla e il nonno stordito e confuso si chiese: giù nel garage? Già c’era un garage nel condominio, ma sarebbe stato ancor più caldo. Però, perso per perso, perché non provare?

Discese le scala fino a pianterreno, fino a un porticina di metallo con la scritta «Parcheggio residenti». C’era una scaletta che scendeva a chiocciola, e al nonno sembrò di sentire voci, e musica. Sto impazzendo, pensò, è finita.

Scese l’ultima rampa di scale e…

Vide decine di vecchi e vecchie, e anche qualche giovane e bambino. In mezzo al garage era stata scavata una piscina dall’aria invitante, e la gente si tuffava. Piante verdi dappertutto. E in fondo rumoreggiava uno strano macchinario. Una ventina di vecchietti pedalava a pieno ritmo e le biciclette erano collegate a una dinamo. C’era un fresco meraviglioso.

«Benvenuto a Garage Old Beach signore» disse un vecchietto arzillo, armato di un fucile da caccia, «lei è del condominio?»

«Torquato, ottavo piano» balbetto il nonno.

«Lo conosco, Pluto, fallo pure entrare» disse un vecchio con la barba bianca. Torquato riconobbe in lui l’ingegnere del sesto piano.

«Ci scusi, signor Torquato» disse l’ingegnere, «ma dobbiamo essere prudenti. Guai se scoprissero il nostro rifugio segreto. Vede, qui siamo tutti pensionati abbandonati o persone che non possono andare in vacanza. Per vent’anni, mese dopo mese, abbiamo costruito il nostro delizioso bunker. Io e il grande Perotti, operaio di oleodotti, abbiamo ideato questa macchina, il Bicicondizionatore a pompa premente. L’energia degli anziani ciclisti convoglia l’aria in un tubo profondo duecento metri, pazientemente scavato. Il tubo raccoglie l’aria fresca del sottosuolo e la riporta su, creando questa deliziosa temperatura. E con l’energia biobiciclica facciamo funzionare anche frigoriferi e luce, e da quest’anno abbiamo anche la piscina, avrà notato che ultimamente la bolletta dell’acqua è lievemente aumentata…»

«Geniale» disse Torquato, e vide che il tubo doveva essere ben profondo se è vero che tra i vecchietti, ce n’erano anche due con la coda e le corna in testa.

Suonò una campanella e un gruppo di anziani ciclisti diede il cambio alla squadra precedente, partendo a tutto ritmo.

Nonno Torquato si sedette al fresco e contemplò quello strano mondo sotterraneo. Era un sogno? Era morto? Era nel paradiso o nell’inferno dei torquati abbandonati?

In quel momento una giovane signora settantenne gli si fece davanti con un vassoio di bibite ghiacciate:

«Non è un sogno, signor Torquato. Sono la Iris, la sarta del terzo piano, mi riconosce? Vuole una bibita fresca? Un frizzantino? Un gelato?»

Così il nonno passò due meravigliose settimane di vacanza. La famiglia invece ci mise sei giorni per arrivare a destinazione, l’albergo era ancora in costruzione e dormirono sul tetto, fecero un solo bagno e furono aggrediti da un banco di meduse, poi sbranati dalle zanzare e morsi da un dromedario. Al ritorno non trovarono l’aereo e tornarono in gommone risalendo il fiume Meno fino a Francoforte dove furono lasciati seminudi e senza valigie in un aeroporto abbandonato della Luftwaffe.

Quando, dopo un’altra settimana di peripezie riuscirono a tornare a casa, il nonno era sparito.

Ci sono tre versioni sulla misteriosa fine di questa vicenda.

La prima è che la famiglia trovò il nonno morto, fece il cadavere a pezzi e lo buttò nottetempo nella spazzatura.

La seconda è che Torquato sia ancora lì, nel garage sotterraneo, che collabora lavorando a nuove meravigliose invenzioni.

L’ultima è che il nonno vive al mare col la sarta Iris e il gatto del terrazzo di fronte.

E prima di andarsene ha lasciato sul tavolo di cucina un biglietto:

«Addio. Vi abbandono».

tratto da: il Venerdì di REPUBBLICA del 13 agosto 2010 (Numero 1169)

di Stefano Benni

Questa storia mia ha fatto sorridere e riflettere. Spero che abbia fatto lo stasso anche a voi!

Ciao mondo!!

Al mio Sogno

A volte penso che dovrei cantarti come fossi una melodia,
perchè le parole non hanno molto senso quando l’unico linguaggio è quello degli sguardi,dei momenti di silenzio, delle vibrazioni più profonde di noi.
Mi sento come uno scultore della parola, quando questa è troppo lunga, o
troppo goffa, ed è da sistemare con minuziosa cura…allora cosa sei
mai? Un momento sei qualcosa di terreno, di tangibile…il momento dopo
sei un’alba, un soffio di vento, un sogno…ti mostri a me in ogni
forma, e non ve n’è una sola che ti appartenga davvero, ma convergono
tutte in te, come tu fossi il centro vitale dell’intero cosmo. Sei
l’oggetto di ogni mia emozione, a volte mi fai paura, a volte
rabbia…altre volte mi rendi triste, insofferente, insoddisfatta,
frustrata…altre volte invece mi dai quell’unica forza che mi consente
di andare avanti, mi dai gioia, mi fai ridere il cuore e gli occhi,
l’anima…mi dai speranza e mi fai sentire che c’è una possibilità per
me, per te, per ciascun essere vivente in questo caos che non riusciamo a
controllare. Mi proteggi e al contempo lasci che io cammini sulle mie
gambe, mi impedisci di cadere per quanto riesci, oppure sei sollecito e
pronto a raccogliermi se cado e non hai potuto fare nulla perchè io non
inciampassi. Mi attrai e mi respingi con forza eguale, senza strappi
improvvisi, senza stringermi tanto da non poter tornare indietro. Cosa
sei mai, che dosi ogni milligrammo di noi? Come se potessimo ubriacarci
di noi stessi, dei nostri corpi, dei nostri respiri, come se vivendomi
fino in fondo avessi paura di consumarmi…forse è questo l’amore vero?
Aver talmente paura di perdere ciò che ami tanto da non volerlo
consumare, se non poco a poco…? Come un profumo troppo costoso che
adoperi goccia per goccia per non sciupare. Questo è forse l’unica
ricetta utile per non bruciare l’amore in un grande fuoco che finisce
per spegnersi presto…è la forma di amore più sublime e assurda,
paradossale…è l’amore più casto eppure più profondamente
compromettente che potrei mai immaginare….il più sublime eppure il più
torbido degli amori, di una passione che non si esaurisce mai e che è
sempre sul punto di esplodere. Sei solo un sogno, ma un sogno che si
palesa nella realtà, e che mi inebria mentre sono sveglia, e non solo
quando dormo. Vivrei così, di questo sogno divenuto realtà, in cui non
abbiamo bisogno di altro se non di una stanza che contenga le nostre
anime, e quale stanza migliore di questo nostro mondo, del quale
possiamo contemplare innumerevoli spettacoli pieni d’incanto? Ogni
stella nel cielo è come un tuffo nel tuo sguardo, ed è per questo che il
fatto stesso di vivere mi impedisce di dimenticare…di dimenticare il
modo in cui mi guardi come se fossi una fonte di sicurezze, il tuo
sfiorarmi come se fosse un lusso e non un movimento qualsiasi, il tuo
silenzio carico di attese e significati,  le tue risate improvvise e
goffe, le tue recriminazioni sugli eventi della vita, le passioni di cui
ti infervori e bruci, che contagiano spesso anche me… Che cosa è mai
tutto questo, se non un Amore profondo e inviolato, che oltrepassa i
limiti, che non ha parole con cui essere descritto?

L’unica alternativa è domani svegliarsi, e scoprire che questo è solamente un Sogno…

…o forse no!